Efrem Sabatti - Psicologo a Brescia

Respiro, energia e forza vitale


Respiro, energia e forza vitale

Dall’osservazione del respiro di una persona è possibile ottenere preziose informazioni sulla sua forza vitale e quindi



sul livello energetico presente nell’ organismo. Come si è precedentemente esposto, ad una ridotta respirazione corrisponde una ridotta vitalità corporea. A volte però una riduzione del respiro è fondamentale per poter sopravvivere e per questo, spesso, la persona oppone resistenza quando deve aumentare il respiro e aprirsi a sensazioni corporee più intense. Ciò che può risultare apparentemente contradditorio è che, molte volte, il desiderio di respirare poco e di ridurre la vitalità corporea rappresenta un’espressione della volontà dell’individuo di vivere e che l’unica possibilità per raggiungere tale scopo è paradossalmente “smettere di respirare”. Un passo di Lowen, che personalmente ritengo illuminante per spiegare questo fenomeno è il seguente “una paziente osservò “se respiro muoio” (…) Che senso aveva? Il respiro rende una persona viva, come può condurre alla morte? (…) Più una persona è viva, più sentirà. E se i sentimenti che prova sono di profonda intollerabile disperazione o di intenso insopportabile dolore, farà il possibile per evitare di entrare in contatto con essi, cioè non respirerà profondamente per non sentire molto. Nel caso riferito sopra, la paziente era giunta vicino alla morte da bambina. Ella raccontò il seguente episodio: “Ero figlia unica. Sembra che per questo mia madre fosse decisa a non viziarmi. Quando avevo due mesi mia madre e mia nonna decisero che non mi avrebbero più cullata per dormire. Era una concessione che mi avrebbe viziato. Così mi misero nella culla in una stanza e chiusero la porta. (…) Piansi per ore, a mia nonna stavano saltando i nervi ma, mia madre le impedì di entrare nella mia stanza. Infine smisi di piangere e mia madre disse: “vedi”. Aprirono la porta e videro. Ero violacea. Avevo vomitato e stavo per essere soffocata dal vomito” (…) Non fu la madre ad imparare da questo incidente, ma la bambina. Se vuoi vivere, non chiedere troppo, non sentire troppo, non respirare troppo.”[1] Anche quando non si arriva al rischio reale di morte, un’ interruzione del pianto per “sfinimento” viene comunque vissuta dal bambino come una condizione vicina alla morte, perché egli sperimenta un esaurimento massivo delle forze. Le volte successive probabilmente il pianto cesserà sempre prima, perché il bambino raggiungerà più rapidamente il livello di sfinimento e contemporaneamente imparerà che anche piangendo non otterrà nulla. Nell’interesse della sopravvivenza ridurrà progressivamente la sua vitalità, gli urli e i pianti. In che modo? Imparando a respirare il minimo possibile, sottotono, per non sentire troppo. Una modalità estremamente efficace per osservare la volontà di vivere e l’intensità della forza vitale può essere quella di dare al paziente la consegna di espirare completamente e di trattenersi dall’inspirare. L’esercizio non comporta rischi, dato che il riflesso di inspirazione scatta automaticamente, ma la durata della capacità di trattenere il respiro fornisce elementi molto importanti sulla struttura del paziente (tratteremo le caratteristiche del respiro in relazione alla struttura caratteriale in un secondo momento). “Se il paziente respira immediatamente dopo il completamento dell’ espirazione denota una forte paura ad abbandonarsi e un’insicurezza generale per quanto riguarda il lasciarsi andare. Molte persone percepiscono il panico dicendo “ho bisogno d’aria” o “sento che se non inspiro muoio”. Naturalmente non si muore così rapidamente se non si respira. Il corpo ha una riserva d’aria di 2/3 minuti. Inoltre (come precedentemente detto, n.d.a.) quando il bisogno d’aria diventerà forte, il corpo riprenderà a respirare contro ogni sforzo conscio di impedirlo. Se spinta al limite estremo, la persona cederà e comincerà a respirare di nuovo.”[2] Molta gente, di fronte a questo esercizio, mostra un comportamento che si colloca tra due estremi: o respira immediatamente dopo, rivelando una profonda sfiducia a lasciarsi andare, o trattiene l’aria fuori per un periodo che appare eccessivo. La differenza tra le due modalità respiratorie, secondo Lowen è che “Quando una persona trattiene il respiro dopo l’espirazione per un tempo molto lungo, si ha l’impressione che il desiderio di vivere del corpo sia debole. L’intuizione che ebbi fu che a un certo livello della personalità, esiste nell’individuo una voglia di morire. Quando la volontà di vivere è bloccata dall’esercizio, la voglia di morire si manifesta. (…) Ora è chiara la ragione dell’incapacità del primo gruppo di trattenere fuori l’aria. In realtà questi individui hanno una voglia di morire che li spaventa moltissimo. Essa è contrastata da una forte volontà di vivere, mentre nel secondo gruppo la volontà di vivere è debole. Una forte volontà di vivere implica una forte voglia di morire perché altrimenti una volontà così forte?” [3] Secondo Lowen quindi, anche una profonda volontà di vivere, e quindi di respirare immediatamente, rivela di fatto una resistenza che copre una forte voglia di morire. La persona ha paura di abbandonare la sua volontà perché essa si oppone alla voglia di morire, che è percepita molto intensa. Relativamente alla seconda tipologia di persone, Lowen non avanza particolari interpretazioni, ma personalmente ritengo si possa trattare di soggetti che non manifestano volontà di vivere, ma nei quali non emerge nemmeno una voglia di morire. E’ una forma di rassegnata sopravvivenza, priva di un energico movimento, né positivo, né negativo. Continuando, Lowen sostiene che le persone che si collocano invece tra questi due poli, sono in grado di mantenere il respiro sufficientemente a lungo, ma producono anche, nell’inspirazione, un risucchio d’aria importante. Questo risucchio d’aria rappresenta il desiderio di vivere, espresso dall’intensità con cui l’aria è risucchiata dentro al corpo. In questo momento la gola si apre profondamente, per permettere all’aria di entrare facilmente. Spesso , a tale reazione, fanno seguito profondi singhiozzi e, a volte, il pianto che, sempre secondo Lowen, è una sensazione di liberazione della paura della morte associata alla voglia di vivere. Una riflessione di Lowen estremamente acuta, a tal proposito, riguarda l’associazione tra inspirare e succhiare. Di fatto l’inspirazione consiste nel succhiare aria e quindi osservando l’intensità dell’inspirazione, osserviamo contemporaneamente anche l’intensità della suzione. E’ interessante, a questo punto, osservare come esperienze infantili traumatiche, che riducono l’impulso a succhiare, riducono contemporaneamente la forza dell’inspirazione e dunque l’energia del desiderio vitale. A tal riguardo Lowen, parlando di un paziente, riferisce “Quando la sua gola si aprì ed irruppe il risucchio, cominciò a singhiozzare profondamente dicendo “voglio vivere, voglio vivere”. Dopo l’esercizio gli chiesi se era stato vicino alla morte. “Si” disse, “mancò poco che morissi quando ero piccolo. Infatti i medici non pensavano che sopravvivessi. Non volevo mangiare e continuavo a perdere peso”. Gli chiesi cosa era successo in quel periodo della sua vita. Disse: “Mia madre mi svezzò”.”[4] Un altro esempio estremamente illuminante riguarda il caso di una giovane donna che, agendo l’esercizio della resistenza al respiro, riferì di essere morta (dal punto di vista emotivo) molto tempo prima. La riduzione del respiro e delle sensazioni corporee si organizzò come un compromesso funzionale tra la volontà di vivere e il desiderio di morire, un modo per (facendo riferimento all’esperienza di un altro paziente) spegnere la vita per un po’. Giunti a questo punto ritengo trattata ampiamente la relazione che intercorre tra la respirazione e l’accumulo di un certo quantitativo di energia disponibile per produrre lavoro, ma tale discorso non è di per sé sufficiente a comprendere l’estrema complessità della personalità umana. Nel capitolo seguente si cercherà di  approfondire ulteriormente questo punto indagando la relazione tra l’energia e il carattere. 











[1] Alexander Lowen “Amore, Sesso e Cuore”, ed. Astrolabio, cap.1, pag.6



 





[2] Alexander Lowen “Volontà di vivere e voglia di morire” pag. 8 in  “Anima e Corpo n° 12”





[3] Ibidem





[4]  Alexander Lowen, op.cit.,  pag.12



 



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